In fila uno dietro l’altro nel rosario della strada
siamo fantasmi dentro rifugi luccicanti di metallo e vetro
stretti al volante come bimbi all’anello appesi
per apprendere il gioco dei grigi che guardano
il giallo dei prati autunnali nella pioggia
il gelo dei campi che qui sono capanni di cemento
e case in perenne costruzione sotto l’acqua
gli occhi fissi ai piccoli fanali intermittenti
attenti al rosso che si accende frena o ha frenato
così l’automa può evitare l’impatto
ma tanto in coda si va già piano
è da tempo rallentata la corsa
in cerca di un altro posto dove vivere
sognando e sperando forse un aldilà
mentre noi siamo legati alle cinghie
dell’invisibile imperatore della sicurezza
fuori dai finestrini nemmeno un ciclista
o un cartello tipo “mele – castagne – funghi”
qui non si vende per la strada
ma si offre vita alla vita
come tanti di noi inutili poeti
tutti a sorprendersi se per caso sul ciglio
camminando con passo lento
un uomo improvvisamente compare
poveramente vestito di scuro
capelli bianchi e barba bianca
come un sacerdote dietro le nostre bare
tutti rallentiamo la corsa
per guardarlo attoniti
chi è cosa fa a piedi
da solo al margine della strada?
non è Babbo Natale
sarebbe vestito di rosso
e il rosso è come un orso morto e sepolto
forse è un pazzo come sanfrancesco
che tiene in mano l’ombrello
e parla al vento del tempo che passa
sbucciando ai passeri briciole di pane
gli ride sul volto il verso mai scritto
come è strano
forse è tornato per la caccia
poi apre l’ombrello
non guarda nessuno
incurante dei clacson
e del nostro calvario
piove e si ripara
non vuole essere colpito dalla pioggia radioattiva
di automi come noi atomi servili e malati
alla sequela del vuoto infelici e muti
Così al vecchio mago della pioggia
delle nostre nomadi celle consegno
la pena quotidiana