Sino a ieri il rumore delle saracinesche
e la corsa delle bici operaie bastavano
a rompere il grigio dell’alba silenziosa
Sesto tralci d’acciaio e distesa di capannoni
carroponti gialli caffè al neon
brioche e cappuccino in piedi
nel fumo delle sigarette
nel sonno di occhi e muscoli
si smarriva il gesto appena tracciato dell’amore
un sorso un grappolo d’uva e gorgonzola
bandiere rosse e canti
pettinando rapidi i capelli
accarezzando la barba la brina
Tutto era lieve prima dei cancelli
poi il cartellino lo scatto secco dell’orologio
l’urlo nemico della sirena il fischio
passi svelti tra i filari e le reti con giacca
camicia e cravatta poi nello spogliatoio
tuta e giornale carte e ordine di giornata
mensa e schiscetta maschere antipolvere
Aspettavamo sempre l’altra ora
quella che chiude la sera
per insieme sciamare dai cancelli e inondare le vie
e le piazze di vocio grida e saluti
Ma a Sesto non chiudeva mai il giorno Così di notte
i forni sempre a brillare e le saldatrici a scintillare
mentre a friggere sui torni mozzi allo spiedo
e carrelli e gru di corsa nei capannoni
L’odore delle vernici e dei fumi
non riusciva a intaccare il cuore operaio
vegliato da lampade votive
colmo di desideri chiari pronto a occupare
strade piazze e fabbriche
Come quel giovedì rosso per la Camera del Lavoro
Non dimenticarlo ragazzo!
Adesso auto uffici e grattacieli
tra i pallidi volti di precari e senza lavoro
Adesso le fabbriche chiudono Chiudono e basta
Si impara a tacere a bere birra e giocare
con i computer da soli Tutto bene
Si può trattare anche con il padrone
Ma da soli!
Adesso la Camera del Lavoro è
come un lugubre obitorio la trincea
di zombi resistenti e piccoli burocrati
Adesso la strada è piena di iper negozi
e le case di tivù sempre accese
Le fabbriche non ci sono più
non ci sono mai state
al loro posto il luna park
la modernità del dissesto