Dal giorno che foglie gialle
deposero le loro tessere sull’asfalto
e la nebbia appannò i vetri
allorquando la luna del lago
sospesa tra rapide nubi cangianti
bassa sul profilo nero del monte
slegò la pena da nodi fangosi
dilagando nella tranquilla vallata
e incise il cuore con ferite di speranza
non ricordo più il posto di blocco all’incrocio
né i colpi del piombo dietro l’angolo
di un settembre tragico dopo il corteo
ma la tua gonna autunnale d’innamorata
e la blusa di giallo spento
che cinse i fianchi e il petto all’illusione
di una classe operaia senza limiti
pervasa di convinta persuasione
e di una giovanile attesa ribelle
appesa a grandi manifesti sui muri della città
e la fermata anonima dell’autobus
o quella più vivace ai Pavesi
tra scale mobili luci e merci
per bere un caffè dove pungola l’ulcera del traffico
a zittire il caos nervoso e lo stress
così scoprire
che il bosco buio sul ciglio
è abbraccio domestico
e non violenta presenza di mostri in cemento
né fantasma di ignoti passanti
Al telefono tu risponderai in pigiama
e l’homo sapiens dall’alto
della Torre di Babele