Lungo la siepe una ragazza in rosa
ancora
raccoglie nere more mature
o violacee e morbide
per deporle in un cesto di plastica
Mi sono attardato a spillare
i piccoli frutti uno ad uno
come fiori da sfogliare senza incappare
negli aculei rovi che pungono
improvvisamente
con i semini che giocano a nascondino
dolci e acri fra i denti
Nel cielo mite di settembre
le dita si tingono di sangue
con il cagnolino che scorrazza
e saltella nel ricordo di cornioli
fragole mirtilli e funghi
perché nelle stagioni che passano
il dolore non passa
né la colpa calzata ai piedi
Mi ammagliano le foglie ingiallite
per la siccità
e il troppo sole che le trapassa
caduche
nella tomba degli operai uccisi
dalla fatica dai timer dai ritmi
o da proiettili intelligenti
Non si può fissare il cielo senza timore
le more non sciolgono al dolce acidulo
la pena degli uomini che soffrono
per la invisibile violenza occulta
di altre mani
che umane non sono e feriscono
con l’inchiostro inesausto
di parole ammorbate
gocce rosso sangue
dall’origine ignota
Saluto la ragazza in rosa
ignara fata dell’orrore settembrino
mentre un vento leggero le lacrime
asciuga
Non spegnerti sole vespertino
scalda le spalle di donne beate
nel piccolo universo che il lago abbraccia
forse rivedremo i falò accesi sulla collina
non più boschi carbonizzati in pirolisi
prima di abbandonarci al sonno
della notte stellata
alla ispirata parola senza senso
che canta ignuda alla luna